La Nena e il bambino pesce. Un racconto inedito di Simoni.

July 9, 2018

La leggenda della traghettatrice di Salvatonica che generò il figlio del Po e fu salvata dalla sua creatura I segreti del fiume e delle valli, la passione di una donna, l’incontro tra chi sa intendersi a sguardi .

Di Paolo Simoni

 

Pubblicato su La Nuova Ferrara l'8 Luglio 2018

 

 

Nazzarena Casini conosciuta dai più come “La Nena”, era la traghettatrice del nostro Po.

Originaria di Salvatonica di Bondeno, ma esperta conoscitrice di ogni angolo del Delta, navigava silenziosamente in lungo e in largo con una batana a due remi.

Navigava, senza temerla, ogni stretta d’acqua che suo padre le aveva insegnato ad amare e a rispettare fin da piccola.

La Nena parlava con i pesci. Pescava solo il necessario per sfamare lei e i due cani che le facevano compagnia, nella baracca di legno in cui abitava sola. Vissuta tra le due guerre salvò diverse persone nascondendole in un isolotto sperduto, specialmente bambini che, inseguiti dai tedeschi, rischiavano di finire fucilati. Questi bambini, diventati grandi, tornavano spesso a trovarla per ringraziarla, ma lei sempre schiva li congedava con un “tla vrèst fàt àncha tì”(l’avresti fatto anche tu).

Donna taciturna e instancabile lavoratrice. Mani che sembravano quelle di un uomo, che non avevano conosciuto riposo e rughe sul viso larghe come le gronde della laguna da cui non si era mai mossa.

Strette erano le parole in dialetto ferrarese con cui si esprimeva, strette sono le leggende che la riguardano e stretta era la mano con cui stringeva il suo amato fiume.

A Ferrara, Ostellato, Comacchio e persino a Chioggia la gente sapeva dell’esistenza di questa strana donna e della particolare storia che la riguardava.

Per tutti è sempre stata “La Nena”, fino a quando in una notte d’estate accadde qualcosa di molto insolito.

Un pomeriggio un pescatore aveva piazzato le sue canne da pesca e il suo bivacco nei pressi della rocca di Stellata a Bondeno. Dopo aver sistemato il pescato e consumato la cena con una bottiglia di rosso si mise a guardare le stelle e a godersi gli ultimi istanti del piccolo fuoco che aveva acceso.

A notte fonda, verso le tre del mattino venne svegliato da gemiti e da sussurri di voce di donna.

Pensò di aver sognato, così si girò dall’altra parte nel sacco a pelo, diede la colpa al vino e provò a riprendere sonno.

I gemiti si fecero sempre più insistenti e le grida di piacere s’intensificarono sino a risvegliarlo e a farlo uscire dalla tenda in cui stava risposando. Non era per niente spaventato perché i sussurri e le voci che udiva avevano il suono di qualcosa di bello e di piacevole, troppo insolite però per portarlo a pensare che fosse una coppia di giovani amanti che si era appartata.

Quando si accorse che queste provenivano dal centro del fiume tornò a recuperare i pantaloni e gli stivali impermeabili per avvicinarsi il più possibile. La luna era la più bella e luminosa che avesse mai visto nella sua vita, tanto che dalla troppa luce si dovette riparare nella penombra delle piante, per non farsi scoprire.

In quel momento vide il corpo della Nena, completamente nudo, galleggiare con gli occhi aperti al cielo e le braccia spalancate in una profonda estasi d’amore. L’acqua ribolliva come in una grande pentola e rilasciava scintille di luce come fa la polenta quando non la giri.

Si lasciava andare e prendere dalle onde, si faceva accarezzare e attraversare dal fiume con dolcezza e passione. I pesci saltavano fuori e rientravano con un ritmo altalenante e gli uccelli notturni non smettevano di cantare. La Nena, a quel punto, aprì le gambe ed emise un forte gemito, spalancò la bocca guardando in alto e sussurrò: “amore mio, amore mio”. Pesci e uccelli si fecero tutti silenziosi.

La Nena stava facendo l’amore con il Po.

Il pescatore rimase sbalordito. Non poteva credere ai suoi occhi. Non sapeva come spiegare a se stesso l’accaduto e non aveva tantomeno la voglia di riferirlo a nessuno.

Arrivò presto il mattino. Lui rimase nella sua tenda a meditare mentre osservava la sposa del fiume che si rivestiva e si allontanava con la suabatana verso l’argine Lupo.

La Nena, dopo quella notte rimase incinta e pochi mesi a seguire diede al mondo un bambino. Tutti in paese si chiedevano chi fosse il padre perché pur incontrandola tutti i giorni non l’avevano mai vista accompagnata o frequentarsi con un uomo. Quando le chiedevano l’identità paterna, lei rispondeva che era un forestiero, che non abitava lì. Il più delle volte non rispondeva per niente.

Questo bambino, due anni dopo morì a causa di una pentola d’acqua bollente che si versò addosso.

Il prete di Salvatonica che lo battezzò nello stesso fiume appena nato, decise assieme alla madre di compiere un rito privato la notte stessa.

Entrambi si avvicinarono alla riva dove il Po s’incontra con il fiume Panaro e invocando il punto più alto del cielo, restituirono il figlio al padre.

Nello stesso istante il corpo del piccolo incominciò a ingrandirsi, si trasformò in un grande pesce con gli occhi azzurri, la coda bianca e si mise a nuotare dentro e fuori dall’acqua saltando di gioia.

La Nena col cuore gonfio di felicità gli gridò: “Bon viàz fiòl” (buon viaggio figlio mio).

Qualche anno dopo, sempre la Nena, mentre camminava per raggiungere l’attracco della sua barca ebbe uno svenimento e scivolò in un dirupo dove nessuno poteva né sentirla né vederla.

Appena si riprese, sotto il sole cocente, incominciò a urlare, poi con sempre meno fiato, a chiedere aiuto: “A mòr… a mòr… An gla fàg più” (muoio… muoio… non ce la faccio più).

Perse conoscenza e la riprese nel letto di un ospedale.

“A sòn viva alòra?” (allora sono viva?)

Chiese ai medici e agli infermieri del reparto di rianimazione di fargli conoscere chi l’aveva salvata.

Il giorno dopo si presentò un pescatore. Lo stesso che aveva assistito la notte in cui si era “sposata con il Po”.

“Cum at fàt a catàram?” (come hai fatto a trovarmi?), chiese.

“Ah niente signora… Ero lì che pescavo e a un certo punto si è attaccato alla mia canna da pesca un pesce grosso, con gli occhi azzurri e la coda bianca. Non so nemmeno di che pesce si tratti a dire la verità. Mai vista una roba del genere. Tirava, che tirava… Poi ha incominciato a strattonare la canna e a trascinarla per tutta la riva come se la volesse portare via!

Io correndo, cercando di recuperarla mi sono ritrovato lei davanti svenuta, e così…”.

La sposa del fiume guardò con le lacrime il pescatore, lo ringraziò e lo invitò, una volta dimessa, a salire sulla sua batana, per mostrargli tutti i segreti della valle.

Diventarono molto amici.

Lui non le disse mai nulla rispetto a quello che aveva visto e lei nemmeno su tutto il resto.

I due s’intendevano a sguardi.

Il bambino pesce non corse in aiuto solo a sua madre. Molte persone raccontano di averlo visto e di essere state salvate da lui. Poco tempo fa, si narra che una bambina scivolata da un motoscafo in gita con la famiglia nelle valli di Comacchio, dal fondo abbia fatto un enorme salto fuori dall’acqua, come se qualcuno l’avesse spinta. La madre racconta di aver visto un enorme pesce, con gli occhi azzurri e la coda bianca, che la teneva sollevata dai piedi.

Il padre vedendola riuscì ad afferrarla e a salvarla. 

 

Fonte

http://lanuovaferrara.gelocal.it/tempo-libero/2018/07/08/news/la-nena-e-il-bambino-pesce-1.17043122

 

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